Le Sacre Particole di Siena

Tutto comincia il 14 agosto 1730, quando ladri, restati per sempre ignoti, rubano nella chiesa di San Francesco a Siena, officiata dai Minori Conventuali, una pisside contenente 351 Ostie consacrate.

Scoperto il furto, lo sgomento è tale che la città, con decisione quasi senza precedenti, decide di sospendere persino l’amatissimo Palio dell’Assunta. Tre giorni dopo, il 17 agosto, nella cassetta per le elemosine della Collegiata di S.Maria in Provenzano, le Particole vengono tutte ritrovate.

Riportate con solenne processione nella chiesa da dove erano state asportate, non vennero consumate – come pure prescriveva il diritto canonico – perché i fedeli espressero il desiderio di adorarle a fini riparatori; ma, pare, anche perché – essendo state introdotte in una cassetta per le elemosine che si apriva una sola volta all’anno e piena, dunque, di polvere e ragnatele – ragioni igieniche sconsigliavano di comunicarsi con esse, malgrado i tentativi di ripulirle.

Col passare del tempo, vennero in qualche modo ” dimenticate” e solo quasi cinquant’anni dopo si scoprì che erano rimaste assolutamente intatte sin dall’aspetto, non avendo nemmeno assunto una colorazione diversa da quando erano state fabbricate (impiegando, tra l’altro, un ferro particolare che prova che le ostie in questione sono proprio quelle rubate nel 1730).

Dal furto sono passati quasi tre secoli e le particole sono ancora – fresche come all’inizio – nell’artistica pisside della basilica di San Francesco in Siena. Da 351 che erano si sono ridotte a 223; ma non perché quelle che mancano siano state distrutte dal tempo ma perché, fra le tante “prove” eseguite, ci fu anche il comunicare con esse delle persone che ne saggiassero il gusto. Che è risultato, esso pure, non alterato.

Ovviamente, non ci si è limitati a questo tipo di esperimento pragmatico.

Tra varie prove, nel 1914, a cura di un chimico stimatissimo, il professor Siro Grimaldi, si procedette a un serie di analisi e di esami con i mezzi messi a disposizione della scienza. La quale, in questo genere di esperimenti, non è molto mutata da allora, visto che ciò che c’era da determinare era molto semplice: le Ostie erano della consueta farina azzima di frumento ? Avevano subito qualche alterazione?

Nella sua relazione Grimaldi scriveva di avere trovato le particole, dopo i 184 anni trascorsi allora, “lucide e lisce, con bordi netti, non sfrangiati né smussati. Prive di acari, tarli, di ragnatele, di muffe e di qualsiasi altro parassita animale e vegetale propri di quella farina di frumento con cui sono composte”.

Eppure, nulla di più fragile e di suscettibile di alterazione di tenui ostie di pane azzimo. Per loro natura sono indiscutibilmente il massimo dell’alterabilità.

“La farina di grano è il miglior terreno di coltura dei microrganismi, dei parassiti animali e vegetali, della fermentazione lattica e putrida”, continuava lo specialista, “le particole di Siena sono pertanto in perfetto stato di conservazione, contro ogni legge fisica e chimica e nonostante le condizioni del tutto sfavorevoli in cui si sono venute a trovare. Un fenomeno assolutamente anormale: le leggi della natura si sono invertite. Il vetro della pisside in cui sono conservate è diventato sede di muffe, mentre la farina si è rivelata più refrattaria del cristallo”.

Stando, in effetti, non solo alla scienza di tutti i chimici, ma anche all’esperienza concreta -più volte si fecero, a Siena, controprove mettendo in un recipiente accanto alle ostie prodigiose altre non consacrate e appena fatte: in breve furono tutte alterate e poi sbriciolate dal tempo- già dopo sei mesi la farina azzima si rovina gravemente e, nel giro massimo di un paio d’anni, si riduce a poltiglia e poi a polvere.

Per le Ostie di Siena, il tempo non ha provocato neppure un ingiallimento, malgrado nulla mai sia stato fatto per assicurare una custodia protetta dagli agenti atmosferici o dai germi ulteriori portati dal toccarle infinite volte con le mani.

Non è dunque a caso se tutti coloro che si sono seriamente informati sul caso – e tra essi molti Papi, ma anche molti scienziati – non hanno esitato a parlare di “evidente prodigio”. Quello di Siena è un “unicum” straordinario, pur tra i numerosi miracoli eucaristici avvenuti nei secoli. Un caso di conservazione della materia che sfida ogni legge naturale; segno, dunque, di quella trasformazione eucaristica della materia in cui la fede crede, malgrado sfidi anch’essa ogni scienza.