L’aborto…

 

Si tratta di uno tra i più grandi mali e peccati che ancora affliggono l’umanità, di un delitto contro la vita, contro l’uomo, contro Dio. Cerchiamo però di comprendere bene cosa dice la Chiesa in merito.

I nostri punti di riferimento sono, come sempre, il Magistero della Chiesa, il Catechismo della Chiesa cattolica e il Codice di Diritto canonico.

La disciplina canonica della Chiesa, fin dai primi secoli, è sempre intervenuta sanzionando penalmente coloro che in qualunque modo ricorrevano alla pratica dell’aborto e tale prassi ha trovato conferma nei vari periodi storici.

Inizialmente era addirittura una scomunica a vita, poi ridotta a sette anni, poi a cinque. Adesso non ha limiti di tempo: affinché sia rimessa è sufficiente andarsi a confessare da un sacerdote che abbia la facoltà di toglierla. Anche la rinnovata legislazione canonica del 1983 ribadisce al Canone 1398 che: «Chi procura l’aborto ottenendo l’effetto incorre nella scomunica latae sententiae», cioè incorre automaticamente nella scomunica. È il canone più breve del codice, in quanto sta a significare che l’argomento  è talmente alto nella sua dimensione ed essenza sacrale da non avere bisogno di ulteriori formulazioni.

Potrebbe succedere che uno colpito da scomunica trovi difficoltà ad accedere ad un sacerdote facoltizzato per motivi di infermità, di distanza e sia troppo penoso per lui rimanere privo della grazia di Dio. In questi caso la disciplina della Chiesa si è sempre comportata così: il sacerdote, anzi qualunque sacerdote, può dare l’assoluzione ma deve dire al penitente di tornare entro qualche tempo, anzi entro un mese. Nel frattempo il sacerdote presenterà il caso (evidentemente senza far nomi) all’autorità competente per chiedere come comportarsi e farsi facoltizzare. Se il penitente non torna entro un mese, ricade nella scomunica.

In pericolo di morte e tanto più in punto di morte qualsiasi sacerdote – magari anche scomunicato, oppure sospeso a divinis o ridotto allo stato laicale –  può assolvere e anche togliere la scomunica. È chiaro che se la scomunica gli è stata tolta in pericolo di morte e poi la morte non sopravviene, il penitente è tenuto a ricorrere ad un sacerdote che abbia la facoltà di farlo.

È necessario poi fare alcune precisazioni. Innanzitutto la scomunica colpisce coloro che sono a conoscenza della pena e non coloro che la ignorano. Ciò è in sintonia con quanto la Chiesa tradizionalmente insegna in materia di peccato grave o mortale (così detto perché, per la sua gravità, porta, se non vi è pentimento, alla morte dell’anima). La distinzione tra peccato mortale e veniale già adombrata nella Sacra Scrittura,  si è imposta nella Tradizione della Chiesa ed è d’altro canto confermata dall’esperienza degli uomini: è chiaro infatti che non tutti i peccati hanno la stessa rilevanza.

In particolare, secondo quanto insegna il Catechismo, il peccato mortale distrugge la carità nel cuore dell’uomo a causa di una violazione grave della Legge di Dio; distoglie l’uomo da Dio, che è il suo fine ultimo e la sua beatitudine, preferendo a lui un bene inferiore; il peccato veniale lascia sussistere la carità, quantunque la offenda e la ferisca (Catechismo della Chiesa cattolica, n. 1855). Perché il peccato sia mortale deve sussistere però non solo la materia grave (cioè una materia di oggettiva e grave rilevanza), ma anche la piena consapevolezza e il deliberato consenso (Catechismo della Chiesa cattolica, n. 1857). Ciò significa che il peccato, per essere mortale, deve essere commesso con la consapevolezza che si tratta di un atto gravemente contrario alla legge del Signore e con un consenso tale che si tratti di una scelta personale e pienamente libera (Catechismo della Chiesa cattolica, n. 1859).

Tornando all’aborto, va anche precisato che la pena della scomunica riguarda tutte le persone che si rendono complici dell’aborto, cioè quelle senza la cui opera esso non potrebbe essere realizzato.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 2272 è molto chiaro: “La cooperazione formale a un aborto costituisce una colpa grave. La Chiesa sanziona con una pena canonica di scomunica questo delitto contro la vita umana. La Chiesa non intende in tal modo restringere il campo della misericordia. Essa mette in evidenza la gravità del crimine commesso, il danno irreparabile causato all’innocente ucciso, ai suoi genitori e a tutta la società”.

Risulta alquanto evidente dunque che la Chiesa ritiene questo delitto come uno dei più gravi, ma la sua azione è volta a far ritrovare sollecitamente la strada della conversione a chi lo commette.

Nella Chiesa, infatti, la pena della scomunica (cioè l’esclusione dalla comunità dei fedeli) è finalizzata a rendere pienamente consapevoli della gravità di un certo peccato e a favorire quindi un’adeguata conversione e penitenza. Anche l’aborto quindi, se accompagnato da un pentimento sincero e profondo, può essere perdonato con la confessione. La Chiesa infatti non condanna per sempre chi sa pentirsi con sincerità.

La normativa canonica prevede che l’assoluzione dall’aborto è riservata al Vescovo o al canonico penitenziere. Il Vescovo diocesano peraltro può concedere che tale facoltà sia esercitata anche da altri sacerdoti per un certo periodo di tempo o anche a tempo indeterminato. Bisogna tenere conto inoltre delle eventuali indicazioni normative circa l’assoluzione del peccato relativo all’aborto che un Vescovo diocesano emana per il territorio della propria diocesi al fine di rispondere con sollecitudine alle necessità dei fedeli e curare la loro santificazione e salvezza. Bisogna inoltre precisare che, per aiutare i fedeli pentiti a essere perdonati, la Chiesa prevede la presenza in ogni cattedrale di un canonico penitenziere, coi medesimi poteri del Vescovo. Stessa cosa vale per i vicari episcopali e i sacerdoti degli ordini mendicanti (francescani, domenicani, carmelitani) per antico privilegio mai revocato.

Papa Francesco, in occasione del Giubileo della Misericordia, ha deciso che tutti i sacerdoti potranno assolvere le donne pentite che hanno abortito. Lo stesso Pontefice ha spiegato le motivazioni di questa decisione:

 

«Una mentalità molto diffusa ha ormai fatto perdere la dovuta sensibilità personale e sociale verso l’accoglienza di una nuova vita. Il dramma dell’aborto è vissuto da alcuni con una consapevolezza superficiale, quasi non rendendosi conto del gravissimo male che un simile atto comporta. Molti altri, invece, pur vivendo questo momento come una sconfitta, ritengono di non avere altra strada da percorrere. Penso, in modo particolare, a tutte le donne che hanno fatto ricorso all’aborto. Conosco bene i condizionamenti che le hanno portate a questa decisione. So che è un dramma esistenziale e morale. Ho incontrato tante donne che portavano nel loro cuore la cicatrice per questa scelta sofferta e dolorosa. Ciò che è avvenuto è profondamente ingiusto; eppure, solo il comprenderlo nella sua verità può consentire di non perdere la speranza. Il perdono di Dio a chiunque è pentito non può essere negato, soprattutto quando con cuore sincero si accosta al Sacramento della Confessione per ottenere la riconciliazione con il Padre. Anche per questo motivo ho deciso, nonostante qualsiasi cosa in contrario, di concedere a tutti i sacerdoti per l’Anno Giubilare la facoltà di assolvere dal peccato di aborto quanti lo hanno procurato e pentiti di cuore ne chiedono il perdono. I sacerdoti si preparino a questo grande compito sapendo coniugare parole di genuina accoglienza con una riflessione che aiuti a comprendere il peccato commesso, e indicare un percorso di conversione autentica per giungere a cogliere il vero e generoso perdono del Padre che tutto rinnova con la sua presenza».

 

Per  non fermarci unicamente ad una mera considerazione di carattere giuridico, sarebbe interessante ed opportuno, ai fini di approfondimenti di fede e catechetici, rimandare alla lettura di un bellissimo documento di Giovanni Paolo II (ora santo): Evangelium vitae, il “Vangelo della vita”,  una Enciclica (quindi un documento di indiscutibile valore dottrinale) del 25 marzo 1995.

La vera forza di un documento sta nel suo non invecchiare, nel rimanere attuale e in grado di leggere la realtà cogliendone sfumature che possono anche sembrare minori, mentre invece sono quelle decisive. Ebbene, a distanza di quasi diciannove anni dalla sua pubblicazione, l’enciclica Evangelium Vitae di San Giovanni Paolo II costituisce indubbiamente un documento ancora forte e profetico, capace di offrire a chiunque lo legga spunti di notevole utilità per comprendere lo spirito autentico della bioetica, vale a dire quello personalista, mirato cioè alla tutela di tutti gli esseri umani, senza distinzioni.

Al fine di approfondire la tematica possiamo citare qualche passo saliente di questo documento. Giovanni Paolo II afferma che il grande male dell’epoca presente non consiste solo nei crimini commessi, ma nel fatto che a volte tali attentati alla vita vengono presentati come dei diritti e ne viene misconosciuta la natura delittuosa:

 

«Si delinea e consolida una nuova situazione culturale, che dà ai delitti contro la vita un aspetto inedito e — se possibile — ancora più iniquo suscitando ulteriori gravi preoccupazioni: larghi strati dell’opinione pubblica giustificano alcuni delitti contro la vita in nome dei diritti della libertà individuale e, su tale presupposto, ne pretendono non solo l’impunità, ma persino l’autorizzazione da parte dello Stato, al fine di praticarli in assoluta libertà ed anzi con l’intervento gratuito delle strutture sanitarie. […]. Il fatto che le legislazioni di molti Paesi, magari allontanandosi dagli stessi principi basilari delle loro Costituzioni, abbiano acconsentito a non punire o addirittura a riconoscere la piena legittimità di tali pratiche contro la vita è insieme sintomo preoccupante e causa non marginale di un grave crollo morale: scelte un tempo unanimemente considerate come delittuose e rifiutate dal comune senso morale, diventano a poco a poco socialmente rispettabili. La stessa medicina, che per sua vocazione è ordinata alla difesa e alla cura della vita umana, in alcuni suoi settori si presta sempre più largamente a realizzare questi atti contro la persona e in tal modo deforma il suo volto, contraddice se stessa e avvilisce la dignità di quanti la esercitano» (Evangelium Vitae, n. 4).

 

A volte per giustificare la legge sull’aborto si evidenzia che essa è stata votata da un Parlamento democraticamente eletto e confermata dagli esiti di un referendum popolare. Ma anche a questo riguardo è molto indicativo quanto affermato dal Papa, sempre nella Evangelium Vitae:

 

«L’originario e inalienabile diritto alla vita è messo in discussione o negato sulla base di un voto parlamentare o della volontà di una parte — sia pure maggioritaria — della popolazione. È l’esito nefasto di un relativismo che regna incontrastato: il “diritto” cessa di essere tale, perché non è più solidamente fondato sull’inviolabile dignità della persona, ma viene assoggettato alla volontà del più forte. In questo modo la democrazia, ad onta delle sue regole, cammina sulla strada di un sostanziale totalitarismo. Lo Stato non è più la “casa comune” dove tutti possono vivere secondo principi di uguaglianza sostanziale, ma si trasforma in Stato tiranno, che presume di poter disporre della vita dei più deboli e indifesi, dal bambino non ancora nato al vecchio, in nome di una utilità pubblica che non è altro, in realtà, che l’interesse di alcuni. […].

In realtà, la democrazia non può essere mitizzata fino a farne un surrogato della moralità o un toccasana dell’immoralità. Fondamentalmente, essa è un “ordinamento” e, come tale, uno strumento e non un fine. Il suo carattere “morale” non è automatico, ma dipende dalla conformità alla legge morale a cui, come ogni altro comportamento umano, deve sottostare: dipende cioè dalla moralità dei fini che persegue e dei mezzi di cui si serve. Se oggi si registra un consenso pressoché universale sul valore della democrazia, ciò va considerato un positivo “segno dei tempi”, come anche il Magistero della Chiesa ha più volte rilevato. Ma il valore della democrazia sta o cade con i valori che essa incarna e promuove: fondamentali e imprescindibili sono certamente la dignità di ogni persona umana, il rispetto dei suoi diritti intangibili e inalienabili, nonché l’assunzione del bene comune come fine e criterio regolativo della vita politica» (Evangelium Vitae, n. 19, 70).

 

La democrazia quindi non può giustificare una legge o provvedimento intrinsecamente ingiusto. Se una cosa è sbagliata non può diventare giusta o lecita solo perché una maggioranza la ritiene tale.

 

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