Lettera “Iuvenescit Ecclesia”

 

7 luglio 2016

Sua Ecc.za Mons. Domenico Sigalini ha tenuto, presso la Cattedrale di S. Agapito a Palestrina, una catechesi sulla lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede “Iuvenescit Ecclesia”.

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 La Chiesa ringiovanisce in forza del Vangelo e lo Spirito la rinnova edificandola e guidandola con diversi doni gerarchici e carismi.

Iniziamo la nostra catechesi di oggi che ho voluto espressamente tenere io, vescovo, nella cattedrale che è il luogo primario del mio insegnamento, (là dietro ci sta non una sedia per riposarsi, ma la cattedra simbolo del dovere di insegnare la vera fede a tutto il popolo prenestino laici e preti religiosi e consacrati) con questa preghiera liturgica più adatta a una celebrazione eucaristica, ma che ha all’interno una preghiera assolutamente decisiva alla nostra riunione di stasera.

O Padre che nelle singole chiese, pellegrine sulla terra, manifesti la tua chiesa, una, santa, cattolica e apostolica, concedi a questa tua famiglia, raccolta intorno al suo pastore, di crescere mediante il vangelo e l’Eucaristia, nell’unità dello Spirito Santo, per divenire immagine autentica dell’assemblea universale del tuo popolo e strumento della presenza del Cristo nel mondo. Per Cristo nostro Signore
Amen

Il tema è suggerito da un ultimo documento della Congregazione per la dottrina della fede, che è l’organismo vaticano, preposto alla verità della fede professata, quindi che ci dà indicazioni autorevoli, non per sentito dire, non di taglio informativo, ma di spessore veritativo teologico, per la verità della nostra vita cristiana. Non è un documento infallibile come un pronunciamento diretto del papa, ma esige un ascolto obbediente da tutti i credenti cattolici.
Non spiegherò passo passo il documento, non ne avremmo tempo, ma commenterò i passi più decisivi al riguardo del ringiovanimento della chiesa.
La mentalità da cui proveniamo e che va per la maggiore nel mondo in cui viviamo è che riguardo alla fede si devono avere certezze e possibilmente leggi che le garantiscano, di modo che tutta la vita cristiana sia regolata oggettivamente da leggi, comportamenti certi, definizioni matematiche per cui si sa chi sta dentro e chi sta fuori. A questo riguardo a molti fa fastidio papa Francesco perché manifesta sempre non certezze, ma ricerca di verità nella libertà nello Spirito e nella assoluta ortodossia della sua fede.
Per esempio molti cristiani di oggi si rifanno ai 10 comandamenti come a norme esaustive della vita cristiana. Purtroppo moltissimi non li osservano nemmeno più e un ritorno normale ad essi è auspicabile e lo dicono i successi ottenuti dalle catechesi sui comandamenti.
I comandamenti sono stati necessari assolutamente per gli ebrei dopo la liberazione dall’Egitto. Erano stati liberati, ma non vivevano ancora da liberi. Solo dopo che Mosè diede le leggi dal monte Sinai cominciarono a vivere da liberi. I comandamenti definivano un campo di libertà vera per tutti. Nessuno più osava spadroneggiare con la forza sugli altri. C’erano diritti e doveri a protezione della libertà. Come da noi, dopo la liberazione del 1945 dai tedeschi, sono scoppiate tutte le vendette possibili, in certe regioni furono ammazzati tante persone e preti; eravamo liberati, ma prima di essere un popolo libero c’è voluta la Costituzione Italiana, che per l’Italia ha la funzione dei comandamenti. Già qui vedete un buon passo rispetto a certo mondo mussulmano dove la legge religiosa viene presa radicalmente e fatta diventare legge dello stato. Ebbene dopo la morte di Gesù in croce e la sua risurrezione, che ci ha liberato dal peccato, come potevamo vivere da uomini liberi? Ci aspettavamo un nuovo monte Sinai, nuovi comandamenti. Qualcuno dice: ce li aveva già dati Gesù con le beatitudini! Bellissime queste strade di felicità dateci da Gesù, sarà importante incamminarci sempre in esse, ma non sono queste le costituzioni della vita cristiana. Occorreva invece un altro Sinai e stavolta il Sinai definitivo, la legge definitiva, è stata la Pentecoste, non più una serie di leggi scritte sulla pietra, ma una presenza viva di Dio, Spirito Santo, che ci fa liberi con i suoi doni, la sua forza, il suo amore, la sua saggezza, la sua consolazione.
La vera novità del vangelo è proprio lo Spirito Santo, la sua azione, la sua presenza, la sua venuta dopo la morte di Gesù che, dice il vangelo di Giovanni, alla sua morte donò lo Spirito (emisit Spiritum), da molti tradotto con spirò, ma dagli esegeti più avvertiti (cfr Ravasi) il significato viene allargato al dono dello Spirito Santo.
La presenza dello Spirito Santo toglie la sicumera di chi è più clericale del papa, cioè di poter dire chi sta dentro la chiesa e chi sta fuori in base solo a leggi e che non tengono conto della effusione dello Spirito. Nella chiesa, nella nostra vita di fede allora accanto a una presenza gerarchica, o, assieme a una presenza gerarchica, c’è una presenza carismatica. Ciò significa che la voce dello Spirito dobbiamo ascoltarla, tendere l’orecchio, capirla, distinguendola dalle nostre opinioni personali.
A scanso di equivoci già dicevo alla ordinazione dell’ultimo prete diocesano don Fernando Cianfriglia il 18 giugno scorso, qui in questa cattedrale: Oggi che la tua conformazione a Gesù nel Sacramento fa un salto di qualità, ricordati che papa Francesco non vede i preti seduti in poltrona ad aspettare. Non ci vede curare l’altare e la chiesa e tenere solo aperta la porta, ma capaci di uscire, di spalmarsi addosso l’odore delle pecore,.perché ne condividiamo la vita, le croci, i bisogni, i sussurri, le domande pur flebili, ma decisive per la loro esistenza e per la vita della chiesa, come del resto sempre fa lui. Il mondo nel quale viviamo è pieno di sfide e di non luoghi. Le parrocchie in cui farai servizio presbiterale non hanno bisogno di manager solitari, ma di un prete che sa scorgere i doni che Dio distribuisce a piene mani tra tutti: laici e religiosi. Un prete non è mai autarchico e non sono sufficienti le piccole o lunghe riunioni del Consiglio pastorale e del consiglio degli affari economici, per dire che siamo presbiteri autentici. Oggi, oltre a questo minimo, che non c’è ancora in tutte le nostre parrocchie, occorre dedicarsi al discernimento dei doni innumerevoli che Dio dona a tutti. Carismi li chiama l’ultimo documento della congregazione della fede “la chiesa ringiovanisce”. Questi doni carismatici permettono ai fedeli di vivere nell’esistenza quotidiana il sacerdozio comune del Popolo di Dio. Addirittura si dice che anche come presbiteri in queste realtà possiamo trovare forza e aiuto per vivere fino in fondo quanto ci è richiesto per il nostro ministero specifico. Addio all’autarchia non solo pastorale, ma anche spirituale e personale. I carismi dentro il discernimento della chiesa non sono opinabili, ma c’è l’obbligo di discernerli, diffonderli e con loro di aprirsi alla missione”.
Questo discorso che ho fatto a don Fernando introduce alcuni nuovi elementi necessari, come li espone il documento che sto presentandovi:

1. La presenza di aggregazioni di fedeli, movimenti ecclesiali e nuove comunità,

“Esse non possono essere intese semplicemente come un volontario consociarsi di persone al fine di perseguire uno scopo peculiare di carattere religioso o sociale. Il carattere di «movimento» li distingue nel panorama ecclesiale in quanto realtà fortemente dinamiche, capaci di suscitare particolare attrattiva per il Vangelo e di suggerire una proposta di vita cristiana tendenzialmente globale, investendo ogni aspetto dell’esistenza umana. L’aggregarsi dei fedeli con una intensa condivisione della esistenza, al fine di incrementare la vita di fede, speranza e carità, esprime bene la dinamica ecclesiale come mistero di comunione per la missione e si manifesta come un segno di unità della Chiesa in Cristo. In tal senso, queste aggregazioni ecclesiali, sorte da un carisma condiviso, tendono ad avere come scopo «il fine apostolico generale della Chiesa» (2)”
Dice ancora la lettera: “Il Concilio Vaticano II ha ripetutamente messo in rilievo l’opera meravigliosa dello Spirito Santo che santifica il Popolo di Dio, lo guida, lo adorna di virtù e lo arricchisce di grazie speciali per la sua edificazione. Multiforme è l’azione del divino Paraclito nella Chiesa, come amano evidenziare i Padri. Scrive Giovanni Crisostomo: «Quali grazie che operano la nostra salvezza non ci sono elargite dallo Spirito Santo? Per suo mezzo siamo liberati dalla schiavitù e chiamati alla libertà, siamo condotti all’adozione a figli e, per così dire, formati di nuovo, dopo aver deposto il pesante e odioso fardello dei nostri peccati. Per lo Spirito Santo vediamo assemblee di sacerdoti e possediamo schiere di dottori; da questa sorgente scaturiscono doni di rivelazioni, grazie di guarigioni e tutti gli altri carismi che decorano la Chiesa di Dio”. Grazie alla stessa vita della Chiesa, ai numerosi interventi del Magistero e alla ricerca teologica, è felicemente cresciuta la consapevolezza della multiforme azione dello Spirito Santo nella Chiesa, destando così un’attenzione particolare ai doni carismatici, di cui in ogni tempo il Popolo di Dio è arricchito per lo svolgimento della sua missione.

Che sono questi doni carismatici?
Carisma nel NT ha senso generale di “dono generoso”, che proviene da Dio. “Ogni singolo carisma non è un dono accordato a tutti (cf. 1 Cor 12, 30), a differenza delle grazie fondamentali, come la grazia santificante, o i doni della fede, della speranza e della carità, che sono invece indispensabili ad ogni cristiano. I carismi sono doni particolari che lo Spirito distribuisce «come vuole» (1 Cor 12, 11). Per rendere conto della necessaria presenza dei diversi carismi nella Chiesa, i due testi più espliciti (Rm 12, 4-8; 1 Cor 12, 12-30) adoperano il paragone del corpo umano: «Come in un solo corpo abbiamo molte membra e queste membra non hanno tutte la medesima funzione, così anche noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo in Cristo e, ciascuno per la sua parte, siamo membra gli uni degli altri. Abbiamo pertanto doni diversi secondo la grazia data a ciascuno di noi» (Rm 12, 4-6). Tra le membra del corpo, la diversità non costituisce un’anomalia da evitare come anche qualche prete ancora pensa e agisce), ma al contrario è una necessità benefica, che rende possibile l’espletamento delle diverse funzioni vitali. (4)
I carismi sono dati per l’utilità comune, non sono da tenere per sé. E sono vari a seconda dei tempi e delle necessità della chiesa, cui Dio stesso vien sempre in aiuto.

2. Doni gerarchici e doni carismatici
Essi hanno la stessa origine e lo stesso scopo. Sono doni di Dio, dello Spirito Santo, di Cristo, dati per contribuire, in modi diversi, all’edificazione della Chiesa. Chi ha ricevuto il dono di guidare nella Chiesa ha anche il compito di vigilare sul buon esercizio degli altri carismi, in modo che tutto concorra al bene della Chiesa e alla sua missione evangelizzatrice, ben sapendo che è lo Spirito Santo a distribuire i doni carismatici a ciascuno come vuole (cf. 1 Cor 12, 11). Lo stesso Spirito dona alla gerarchia della Chiesa la capacità di discernere i carismi autentici, di accoglierli con gioia e gratitudine, di promuoverli con generosità e di accompagnarli con vigilante paternità. La storia stessa ci testimonia la pluriformità dell’azione dello Spirito, mediante la quale la Chiesa, edificata «sopra il fondamento degli Apostoli e dei profeti, e avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù» (Ef 2, 20), vive la sua missione nel mondo.(8)

I doni gerarchici
Il conferimento dei doni gerarchici deve essere fatto risalire innanzitutto alla pienezza del sacramento dell’Ordine, data con la consacrazione episcopale, che comunica «coll’ufficio di santificare, gli uffici di insegnare e governare, i quali però, per loro natura, non possono essere esercitati se non nella comunione gerarchica col Capo e con le membra del Collegio» …. A partire dal riferimento alla consacrazione episcopale, si comprendono anche i doni gerarchici in riferimento agli altri gradi dell’Ordine; innanzitutto quelli dei presbiteri, che sono «consacrati per predicare il vangelo, pascere i fedeli e celebrare il culto divino» e «sotto l’autorità del vescovo, santificano e governano la porzione di gregge del Signore loro affidata» e, diventando a loro volta «modelli del gregge, presiedano e servano alla loro comunità locale». Per i vescovi e i presbiteri, nel sacramento dell’Ordine, l’unzione sacerdotale «li configura a Cristo sacerdote, in modo da poter agire in persona di Cristo Capo» [59]. Ad essi si devono aggiungere i doni dati ai diaconi, «ai quali sono state imposte le mani non per il sacerdozio ma per il ministero»; e che «sostenuti dalla grazia sacramentale, nel ministero della liturgia, della predicazione e della carità servono il Popolo di Dio, in comunione con il vescovo e con i suoi sacerdoti» . In sintesi, i doni gerarchici propri del sacramento dell’Ordine, nei suoi diversi gradi, sono dati affinché nella Chiesa come comunione non manchino mai ad ogni fedele l’offerta obiettiva della grazia nei Sacramenti, l’annuncio normativo della Parola di Dio e la cura pastorale (14)

I doni carismatici
In alcuni testi troviamo un elenco di carismi, talvolta sommario (cf. 1 Pt 4, 10), altre volte più dettagliato (cf. 1 Cor 12, 8-10. 28-30; Rm 12, 6-8). Tra quelli elencati vi sono doni eccezionali (di guarigione, di opere di potenza, di varietà di lingue) e doni ordinari (di insegnamento, di servizio, di beneficenza), ministeri per la guida delle comunità (cf. Ef 4, 11) e doni concessi per mezzo dell’imposizione delle mani (cf. 1 Tm 4, 14; 2 Tm 1, 6). Non è sempre chiaro se tutti questi doni siano considerati o meno come «carismi» propriamente detti. I doni eccezionali, menzionati ripetutamente in 1 Cor 12-14, spariscono infatti dai testi posteriori; l’elenco di Rm 12, 6-8 presenta soltanto carismi meno vistosi, che hanno un’utilità costante per la vita della comunità cristiana. Nessuna di queste liste pretende la completezza. Altrove, ad esempio, Paolo suggerisce che la scelta del celibato per amore di Cristo sia intesa come frutto di un carisma, così come quella del matrimonio (cf. 1 Cor 7, 7, nel contesto di tutto il capitolo). Le sue sono esemplificazioni che dipendono dal grado di sviluppo raggiunto dalla Chiesa di quel tempo e che sono quindi suscettibili di ulteriori aggiunte. La Chiesa, infatti, sempre cresce nel tempo grazie all’azione vivificante dello Spirito.(6)
I doni carismatici, pertanto, sono distribuiti liberamente dallo Spirito Santo affinché la grazia sacramentale porti frutto nella vita cristiana in modo diversificato e a tutti i suoi livelli. Essendo questi carismi «soprattutto adatti alle necessità della Chiesa e destinati a rispondervi» , attraverso la loro multiforme ricchezza il Popolo di Dio può vivere in pienezza la missione evangelizzatrice, scrutando i segni dei tempi ed interpretandoli alla luce del Vangelo . I doni carismatici, infatti, muovono i fedeli a rispondere, in piena libertà e in modo adeguato ai tempi, al dono della salvezza, facendo di se stessi un dono d’amore per gli altri e una testimonianza autentica del Vangelo di fronte a tutti gli uomini.(15)

I doni gerarchici e quelli carismatici risultano in tal modo reciprocamente relazionati fin dalla loro origine. Il Santo Padre Francesco, infine, ha ricordato «l’armonia» che lo Spirito crea tra i diversi doni, e ha richiamato le aggregazioni carismatiche all’apertura missionaria, alla necessaria obbedienza ai pastori e all’immanenza ecclesiale, poiché «è all’interno della comunità che sbocciano e fioriscono i doni di cui ci ricolma il Padre; ed è in seno alla comunità che si impara a riconoscerli come un segno del suo amore per tutti i suoi figli». In definitiva, è dunque possibile riconoscere una convergenza del recente Magistero ecclesiale sulla coessenzialità tra doni gerarchici e carismatici. Una loro contrapposizione, come anche una loro giustapposizione, sarebbe sintomo di una erronea o insufficiente comprensione dell’azione dello Spirito Santo nella vita e nella missione della Chiesa.(10)
“Il Paraclito è, contemporaneamente, Colui che diffonde efficacemente, attraverso i Sacramenti, la grazia salvifica offerta da Cristo morto e risorto, e Colui che elargisce i carismi. Nella tradizione liturgica dei cristiani d’Oriente, e specialmente in quella siriaca, il ruolo dello Spirito Santo, rappresentato con l’immagine del fuoco, aiuta a rendere tutto questo assai manifesto. Il grande teologo e poeta Efrem il Siro dice infatti «il fuoco di compassione è sceso e ha preso dimora nel pane», indicando la sua azione trasformante relativa non solo ai doni ma anche riguardo ai credenti che mangeranno il pane eucaristico. La prospettiva orientale, con l’efficacia delle sue immagini, ci aiuta a comprendere come, accostandoci all’Eucarestia, Cristo ci dona lo Spirito. Lo stesso Spirito, poi, per mezzo della sua azione nei credenti, alimenta la vita in Cristo, conducendoli di nuovo a una più profonda vita sacramentale, soprattutto nell’Eucarestia. In tal modo, l’azione libera della Santissima Trinità nella storia raggiunge i credenti con il dono della salvezza ed al contempo li anima perché vi corrispondano liberamente e pienamente con l’impegno della propria vita”.(12)
Quando un dono carismatico, invece, si presenta come «carisma originario» o «fondazionale», allora esso ha bisogno di un riconoscimento specifico, perché tale ricchezza si articoli adeguatamente nella comunione ecclesiale e si trasmetta fedelmente nel tempo. Qui emerge il decisivo compito di discernimento che è di pertinenza dell’autorità ecclesiastica. Riconoscere l’autenticità del carisma non è sempre un compito facile, ma è un servizio doveroso che i Pastori sono tenuti ad effettuare. I fedeli, infatti, hanno il «diritto di essere avvertiti dai Pastori sulla autenticità dei carismi e sulla affidabilità di coloro che si presentano come loro portatori» (17)
Proprio per questo stasera applico i criteri, con la potestà che mi viene data come vescovo che ha riconosciuto l’associazione, alla esperienza degli Innamorati di Gesù e della Madonna.

3. Criteri per il discernimento dei doni carismatici

Come fa il vescovo a riconoscere i carismi? Ci sono dei criteri per il discernimento? Se li inventa lui come vuole in base all’opinione pubblica, all’indice di gradimento, alle sua amicizie, vantaggi, interessi magari anche materiali, per dare ragione a tutti, perché teme l’opinione dei massmedia? Spero che nessuno pensi in questa maniera anche perché lo abbiamo sempre fatto con altri criteri e oggi il documento vaticano ne elenca almeno 8 di criteri per vedere se una esperienza è un carisma della chiesa. Li riporto tutti e 8 alla lettera (18) e ad ognuno aggiungo quello che io percepisco nel discernimento.
“In questo quadro possono essere richiamati alcuni criteri per il discernimento dei doni carismatici in riferimento alle aggregazioni ecclesiali che il Magistero della Chiesa ha messo in evidenza lungo gli ultimi anni. Tali criteri hanno lo scopo di aiutare il riconoscimento di un’autentica ecclesialità dei carismi.

 

a) Primato della vocazione di ogni cristiano alla santità

Ogni realtà che nasce dalla partecipazione di un carisma autentico deve essere sempre strumento di santità nella Chiesa e, dunque, di incremento della carità e di autentica tensione verso la perfezione dell’amore . A me pare che il vostro carisma sia molto orientato a una vita cristiana autentica, perché chi vi partecipa comincia ad andare a messa, a confessarsi, a mettersi a posto moralmente, a vivere il vangelo e una vita cristiana autentica.

 

b) Impegno alla diffusione missionaria del Vangelo

Le realtà carismatiche autentiche sono «regali dello Spirito integrati nel corpo ecclesiale, attratti verso il centro che è Cristo, da dove si incanalano in una spinta evangelizzatrice». In tal modo, esse devono realizzare «la conformità e la partecipazione al fine apostolico della Chiesa», manifestando un chiaro «slancio missionario che rende sempre più soggetti di una nuova evangelizzazione». La vostra aggregazione sta incamminandosi verso una grande missionarietà coinvolgendo tante persone che si sono allontanate dalla chiesa e ne ho prova in tante vostre testimonianze parlate e scritte. Tutti voi che avete ritrovato la gioia della fede in questi incontri avete invitato altri a fare lo stesso cammino e a ritornare alla bellezza della vita cristiana

 

c) Confessione della fede cattolica

Ogni realtà carismatica deve essere luogo di educazione alla fede nella sua integralità, «accogliendo e proclamando la verità su Cristo, sulla Chiesa e sull'uomo in obbedienza al Magistero della Chiesa, che autenticamente la interpreta»; pertanto si dovrà evitare di avventurarsi «oltre (proagon) la dottrina e la comunità ecclesiale»; infatti se «non si rimane in esse, non si è uniti al Dio di Gesù Cristo (cf.2 Gv9)». Si tratta di vedere se professate il credo cattolico o qualche altro credo. Le catechesi che ho spesso ascoltato e che sono tutte registrate possono garantire una buona cattolicità e a mano a mano si sono riportate di più su brani del vangelo, che precede ogni catechesi. A tutti resta sempre l’impegno di approfondire la conoscenza del vangelo e della stessa teologia.

 

d) Testimonianza di una comunione fattiva con tutta la Chiesa

Questo comporta una «relazione filiale con il Papa, perpetuo e visibile centro dell'unità della Chiesa universale, e con il vescovo “principio visibile e fondamento dell'unità” della Chiesa particolare». Ciò implica la «leale disponibilità ad accogliere i loro insegnamenti dottrinali e orientamenti pastorali», come anche «la disponibilità a partecipare ai programmi e alle attività della Chiesa a livello sia locale sia nazionale o internazionale; l'impegno catechetico e la capacità pedagogica nel formare i cristiani» . La fedeltà al papa è fuori discussione, i suoi insegnamenti sono sempre richiamati e i suoi messaggi letti e studiati, e soprattutto messi in pratica: povertà, uscire, testimoniare con coraggio, speranza, partecipazione a incontri formativi dei vari responsabili…

 

e) Riconoscimento e stima della reciproca complementarietà di altre componenti carismatiche nella Chiesa

Ne deriva anche una disponibilità alla reciproca collaborazione. Infatti, «un chiaro segno dell’autenticità di un carisma è la sua ecclesialità, la sua capacità di integrarsi armonicamente nella vita del Popolo santo di Dio per il bene di tutti. Un’autentica novità suscitata dallo Spirito non ha bisogno di gettare ombre sopra altre spiritualità e doni per affermare se stessa». Nessuno di voi si sente il primo della classe, ma ciascuno cerca di vivere con coerenza il cristianesimo, collabora con gli altri, con la parrocchia dove ciascuno vive e come associazione collabora anche per iniziative diocesane. (cfr adorazione in cattedrale, festival della preghiera, pellegrinaggio a Santa Maria Goretti, presenza alle iniziative parrocchiali, che vedo nelle parrocchie in cui ho fatto la visita parrocchiale) e spero che valga anche per quelli di altre diocesi.

 

f) Accettazione dei momenti di prova nel discernimento dei carismi

Poiché il dono carismatico può possedere «una carica di novità di vita spirituale per tutta la Chiesa, che può apparire in un primo tempo anche incomoda», un criterio di autenticità si manifesta nella «umiltà nel sopportare i contrattempi: il giusto rapporto fra carisma genuino, prospettiva di novità e sofferenza interiore comporta una costante storica di connessione tra carisma e croce». La nascita di eventuali tensioni esige da parte di tutti la prassi di una carità più grande, in vista di una comunione e di un’unità ecclesiali sempre più profonde. Questo criterio è un po’ nuovo rispetto a quelli che io ho sempre pensato, ma vedo che è necessario e vi è continuamente fatto vivere per le continue calunnie, maldicenze, insinuazioni di dubbi, osservazioni anche giuste, fatte con un pò di intolleranza pure, molto utili per provocare continuamente la vostra conversione. Non deve esserci nessuna reazione offensiva da parte vostra, ma serenità e cambiamento, quando si capisce di dover essere corretti

 

g) Presenza di frutti spirituali quali carità, gioia, pace e umanità (cf. Gal 5, 22);

il «vivere ancora più intensamente la vita della Chiesa», un più intenso zelo per «l’ascolto e la meditazione della Parola di Dio»; «il gusto rinnovato per la preghiera, la contemplazione, la vita liturgica e sacramentale; l'animazione per il fiorire di vocazioni al matrimonio cristiano, al sacerdozio ministeriale, alla vita consacrata». Vedo con piacere che molti di voi si convertono, cambiano vita, ritornano a praticare la vita di fede, partecipano all’eucaristia anche quotidiana. Non datele sempre per scontate, perché la costanza è un dono dello Spirito da chiedere sempre. Una volta incamminati, ci si può anche stancare; spero che abbiate anche qualche aiuto personale spirituale per crescere.

 

h) Dimensione sociale dell’evangelizzazione

Occorre riconoscere che, grazie all’impulso della carità, «il kerygma possiede un contenuto ineludibilmente sociale: nel cuore stesso del Vangelo vi sono la vita comunitaria e l’impegno con gli altri». In questo criterio di discernimento, riferito non esclusivamente alle realtà laicali nella Chiesa, si sottolinea la necessità di essere «correnti vive di partecipazione e di solidarietà per costruire condizioni più giuste e fraterne all’interno della società». Significativi sono, a tal riguardo, «l'impulso a una presenza cristiana nei diversi ambienti della vita sociale e la creazione e animazione di opere caritative, culturali e spirituali; lo spirito di distacco e di povertà evangelica per una più generosa carità verso tutti». Decisivo è anche il riferimento alla Dottrina sociale della Chiesa. In particolare «dalla nostra fede in Cristo fattosi povero, e sempre vicino ai poveri e agli esclusi, deriva la preoccupazione per lo sviluppo integrale dei più abbandonati della società», che non può mancare in una autentica realtà ecclesiale.(18) Le opere di carità che fate sono visibili a tutti. Ho sentito parroci ringraziare per la carità che portate ogni volta che vi riunite a pregare. So che accogliete a vostre spese anche alcune famiglie senza casa. La carità è uno dei frutti più veri. Sicuramente c’è da crescere ancora e sono da abitare i luoghi della responsabilità pubblica ( la politica concreta) per un autentico bene comune e per la fine di questo mondo di tangenti.

4. Utilità delle aggregazioni carismatiche anche per la vita spirituale dei presbiteri
- Anche i ministri ordinati potranno trovare nella partecipazione ad una realtà carismatica, sia il richiamo al senso del proprio Battesimo, con il quale sono divenuti figli di Dio, sia alla loro vocazione e missione specifica. Un fedele ordinato potrà trovare in una determinata aggregazione ecclesiale forza ed aiuto per vivere fino in fondo quanto gli è richiesto dal suo ministero specifico, sia nei confronti di tutto il Popolo di Dio, ed in particolare della porzione che gli viene affidata, sia in riferimento alla obbedienza sincera dovuta al proprio Ordinario.
Discorso analogo vale anche nel caso di candidati al sacerdozio che provenissero da una determinata aggregazione ecclesiale, come affermato dall’Esortazione post-sinodale Pastores dabo vobis una tale relazione dovrà esprimersi nella sua fattiva docilità alla propria formazione specifica, portandovi la ricchezza proveniente dal carisma di riferimento. Infine, l’aiuto pastorale che il sacerdote potrà offrire all’aggregazione ecclesiale, secondo le caratteristiche del movimento stesso, potrà avvenire osservando sempre il regimen previsto nella comunione ecclesiale per l’Ordine sacro in riferimento all’incardinazione e all’obbedienza dovuta al proprio Ordinario.
- Il contributo di un dono carismatico al sacerdozio battesimale e al sacerdozio ministeriale è emblematicamente espresso dalla vita consacrata; essa, come tale, si colloca nella dimensione carismatica della Chiesa . Tale carisma, che realizza «la speciale conformazione a Cristo vergine, povero, obbediente» come forma stabile di vita mediante la professione dei consigli evangelici, viene elargito per «poter raccogliere più copiosi frutti dalla grazia battesimale» .
La spiritualità degli Istituti di vita consacrata può diventare, sia per il fedele laico che per il presbitero, una significativa risorsa per vivere la propria vocazione. Inoltre, non di rado, membri di vita consacrata, con il necessario assenso del proprio superiore, possono trovare nel rapporto con le nuove aggregazioni un importante sostegno per vivere la propria vocazione specifica ed offrire, a propria volta, una «testimonianza gioiosa, fedele e carismatica della vita consacrata», permettendo così un «reciproco arricchimento» .
- Infine, è significativo che lo spirito dei consigli evangelici venga raccomandato dal Magistero anche ad ogni ministro ordinato. Anche il celibato, richiesto ai presbiteri nella venerabile tradizione latina , è chiaramente nella linea del dono carismatico; esso non è primariamente funzionale, ma «rappresenta una speciale conformazione allo stile di vita di Cristo stesso», in cui si realizza la piena dedizione di sé in riferimento alla missione conferita mediante il sacramento dell’Ordine .(22)
Concludo con un’altra preghiera, tolta dalla liturgia, per la chiesa prenestina e le vostre chiese da cui provenite:

Fiorisca sempre nella chiesa prenestina, o Padre, fino alla venuta del Cristo suo Sposo, l’integrità della fede, la santità della vita, la religione autentica e la carità fraterna; tu che la edifichi incessantemente con la Parola, il corpo del tuo Figlio e i doni dello Spirito, non privarla mai della tua paterna protezione. Per Cristo, nello Spirito Santo e nella tua bontà immensa o Padre, per tutti i secoli dei secoli. Amen

+ Domenico Sigalini

IUVENESCIT ECCLESIA

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