Santa Bakhita

 

Memoria: 8 Febbraio

Beatificata il 17 Maggio 1992 e proclamata Santa l' 1 Ottobre del 2000 da Papa Giovanni Paolo II

Me ne vado, adagio, adagio, verso l’eternità… 
Me ne vado con due valige: una contiene i miei peccati, l’altra, ben più pesante i meriti infiniti di Gesù Cristo.
Quando comparirò davanti al tribunale di Dio, coprirò la mia brutta valigia con i meriti della Madonna, poi aprirò l’altra, presenterà i meriti di Gesù e dirò all’Eterno Padre: “Or GIUDICATE QUELLO CHE VEDETE“.
Oh! Sono sicura che non sarò rimandata!’
Allora mi volterò verso S. Pietro e gli dirò: “Chiudi pure la porta, perchè resto”! 

 


La caratterizzavano la sua umiltà, la sua semplicità ed il suo costante sorriso. Le consorelle la stimavano per la sua dolcezza inalterabile, la sua bontà e il suo profondo desiderio di far conoscere il Signore.

 

BAKHITA nacque nel 1869 ad Olgossa, in Africa

Bakhita non è il nome ricevuto dai genitori alla sua nascita. La terribile esperienza le aveva fatto dimenticare anche il suo nome…

 Bakhita racconta… (dal suo diario)

La famiglia era formata dal padre, dalla madre, da tre fratelli, da quattro sorelle e da altri quattro che io non conobbi, perché morti prima che io nascessi. Io ero gemella di una sorella, della quale, come dei genitori, io più nulla seppi da quando fui rubata.

Vivevo pienamente felice, senza sapere cosa fosse dolore. Un giorno, mia madre pensò di portarsi nei campi, dove avevamo molte piantagioni e bestiame, per vedere se tutti i lavoratori attendevano al loro dovere, e voleva che la seguissimo tutti noi figli. La maggiore, che si sentiva indisposta, chiese e ottenne di fermarsi a casa con la sorella minore.
Senonché, mentre noi eravamo nei campi, sentimmo un parapiglia, un gridare e un correre. Ognuno immaginò subito essere i negrieri entrati nel paese a derubare.
Tornammo subito a casa e quale non fu il nostro dolore nel sentire dalla piccina, tutta spaventata e tremante, come i razziatori avessero portata via la sorella maggiore, ed ella avesse appena fatto in tempo a nascondersi dietro il muro di una casa diroccata, altrimenti sarebbe stata rapita anche lei.
Ricordo ancora quanto pianse la mamma, e quanto piangemmo noi pure.
La sera, tornato il padre dal lavoro, sente dell’accaduto. Monta sulle furie e subito, con i suoi lavoratori, fa indagini dovunque. Ma inutilmente. Non si seppe più nulla della povera sorella.
Questo fu il mio primo dolore e oh, quanti e quanti me ne aspettavano poi. 


Avevo nove anni circa, quando un mattino, dopo colazione, andai con una mia compagna di dodici o tredici anni a passeggio nei nostri campi, un po’ discosti da casa. ..Ad un tratto vediamo sbucare da una siepe due brutti stranieri armati. Giunti vicino, uno di loro disse alla mia compagna: “Lascia che questa piccina vada là presso quel bosco a prendermi un involto; tornerà presto, tu prosegui per la tua strada e ti raggiungerà subito”.
È evidente che il loro piano era di allontanare l’amica, perché, se fosse stata presente alla cattura, avrebbe gettato l’allarme.
Io non dubitavo di nulla. Mi prestai a ubbidire, come sempre facevo con la mia mamma.
Appena internata nel bosco, in cerca dell’involto che non trovavo, mi vidi quei due alle spalle…

Uno mi prende bruscamente con una mano, con l’altra estrae un grosso coltello dalla cintura, me lo punta sul fianco e con voce imperiosa mi dice: “Se gridi, sei morta. Avanti, seguici!”, mentre l’altro mi spingeva, puntandomi le canne di un fucile alla schiena…Mi fecero camminare fino a sera. Ero stanca morta. Avevo i piedi e le gambe sanguinanti, causa le schegge dei sassi e le punture delle spine dei rovi. Io non facevo che singhiozzare, ma quei cuori duri non sentivano pietà.
Finalmente, passando per un campo di cocomeri, in grande abbondanza in quei luoghi, ci fu una buona sosta per prendere fiato. Intanto colsero alcuni frutti e me ne porsero un tocco, perché lo mangiassi. Ma io non potevo proprio inghiottirlo, eppure era dal mattino che non prendevo cibo.
Non avevo in mente che la mia famiglia. Chiamavo mamma e papà, con un’angoscia d’animo da non dire. Ma nessuno là mi udiva. Di più: mi si intimava silenzio con terribili minacce, mentre così stanca e digiuna mi facevano riprendere il viaggio che durò di seguito tutta la notte.
Al primo albeggiare, entrammo nel loro paese. Non ne potevo proprio più. Uno di essi mi afferrò per una mano e mi trascinò nella sua abitazione, mi introdusse in un bugigattolo, pieno di arnesi e di rottami, ma non vi erano né sacchi né letto; il nudo terreno doveva servire a tutto. Mi diede un tozzo di pan nero e mi disse: “Staì qui”, e uscendo chiuse la porta a chiave.

Una mattina mi viene aperto l’uscio … Il padrone mi presenta a un mercante di schiavi che mi compera e mi unisce a degli altri suoi schiavi…


Il vedere la campagna, il cielo, l’acqua, il poter respirare l’aria libera mi ridiede un po’ di vita, quantunque non sapessi dove andavo a finire.
Il viaggio durò otto giorni di seguito, sempre a piedi.. Nella carovana vi era una fanciulla di poco maggiore di me. ….Un giorno era quasi l’ora di cena e il padrone di ritorno dal mercato, aveva condotto a casa un mulotto carico di pannocchie. Ebbene, viene a levarci la catena e ci ordina di mondare le pannocchie e di darne da mangiare al mulo. Sopra pensiero, si allontana senza chiudere la porta. Provvidenza di Dio: era il momento buono.

Un’occhiata d’intesa, non vedendo nessuno, via di tutta corsa verso l’aperta campagna, senza saper dove, con la sola velocità delle nostre povere gambe. Tutta la notte fu una continua e trepidante corsa dentro ai boschi e fuori per il deserto. Era il buon Dio che ci proteggeva, non altri. 
Io mi credevo che, scongiurati i pericoli, avrei poi sùbito trovato i miei cari. Tutto soffrivo volentieri e mi davo animo. Ahimè, invece chissà quanto da loro mi allontanavo, forse non li avrei riveduti mai più sulla terra….

Mentre sfiduciate stavamo lì a pensare, ci appare davanti un uomo. Spaventate, facciamo per fuggire; ma egli, fermandoci il passo, con buone maniere ci chiede:
“Dove andate?”. E noi, silenzio.
“Su, dite: dove andate?”.
“Dai nostri genitori”.
“E dove sono i vostri genitori?”.
“Là'”, rispondemmo, indicando confuse una parte, senza sapere dove.
Egli allora si accorse che eravamo fuggiasche. “Ebbene – disse – venite a riposare un poco, poi vi condurrò dai vostri genitori”.
Noi, credendo alle sue parole, lo seguimmo nella casupola.
Appena entrate, ci sdraiammo per terra come morte.. ci diede da mangiare e da bere, e poi ci introdusse in un grande ovile, pieno di pecore e di agnelli; fece ivi posto per mettervi un angareb (letto tipico sudanese) , poi legandoci assieme per il piede con una grossa catena, ci comandò di stare in quell’ovile fino ad altro avviso.

909ba8b805b186d6bcf3b2158d7346ceEccoci di nuovo schiave! Bel condurci dai genitori. Quanto piangere. Quanto soffrire.

Ci lasciò là, tra pecore e montoni, per più giorni, finché passando di là un mercante di schiavi, ci trasse dall’ovile e ci vendette a quell’uomo.
Camminammo a lungo prima di raggiungere la carovana. Quale non fu la nostra sorpresa nel vedere, tra gli schiavi, alcuni di quelli che appartenevano al padrone dal quale eravamo fuggite. Ci descrissero l’ira, il furore suo, quando non ci trovò: dando nelle smanie, incolpava e percuoteva quanti incontrava, e minacciava di farci a pezzi, quando ci avesse trovate. Ora sempre più conosco la bontà del Signore che mi salvò anche allora miracolosamente. 


Giunti finalmente in città fummo condotti nella casa del capo degli arabi. Era un uomo ricchissimo, aveva già un gran numero di schiavi, tutti nel fior della gioventù.
La mia compagna e io fummo destinate come ancelle delle signorine sue figlie, che presero subito a volerci bene. Era intenzione del padrone di regalarci a suo figlio quando si sarebbe sposato. In quella casa fui trattata bene e non mi mancava nulla.
Senonché, un giorno commisi non so quale sbaglio, proprio nei riguardi del figlio del padrone.
Egli subito diede mano allo scudiscio per percuotermi. Io fuggii nell’altra stanza per nascondermi dietro le sue sorelle.
Non l’avessi mai fatto! Montò sulle furie, mi strappò a forza di là e mi buttò a terra, e con lo staffile e coi piedi me ne diede tante, tante e infine, con un calcio al fianco sinistro mi lasciò come morta. Più nulla seppi di me. Devo essere stata trasportata dalle schiave sul mio giaciglio, dove rimasi più di un mese.
Rimessa dalle battiture, fui addetta ad altro lavoro. Ma il mio destino era segnato: dovevo lasciare quella casa alla prima occasione.

L’occasione venne tre mesi dopo, quando fui venduta a un nuovo padrone.
Era un generale dell’armata turca. Aveva con sé la vecchia madre e la moglie.
Entrambe erano assai inumane verso i poveri schiavi, che erano impiegati nei lavori più faticosi in cucina, in lavanderia e nei campi.
Io e un’altra giovinetta eravamo al servizio dalle due signore. Non dovevamo lasciarle neppure un momento.

E, guai a noi se, per sbaglio o per il sonno, toccavamo anche solo un capello delle signore… Le frustate ci piombavano addosso senza misericordia; di modo che, in tre anni che stetti al loro servizio, non ricordo di aver passato un solo giorno senza piaghe; perché, non ancora guarita dai colpi ricevuti, altri me ne piombavano addosso senza sapere perché.

Quanti maltrattamenti e sferzate i poveri schiavi ricevono senza alcun motivo.
Per esempio, un giorno ci trovammo presenti per caso, quando il padrone altercava con la moglie. Quegli per sfogarsi, ordina a noi due di scendere in corte e comanda a due soldati di buttarci a terra supine per subire la flagellazione. Quei due, con quanta avevano di forza, cominciano il crudele supplizio e ci lasciano tutt’e due immerse nel nostro sangue. Ricordo come la verga, mirata a più riprese sulla coscia, mi portò via pelle e carne, mi procurò un lungo canaletto che mi fece stare immobile sul giaciglio per più mesi.
Bisognava sopportare tutto in silenzio, perché nessuno veniva a medicare le nostre ferite, né a dirci una parola di conforto. Quante mie compagne di sventura morirono per i colpi sofferti.


Era costume che gli schiavi, a onore del padrone, portassero sul corpo dei segni o solchi particolari ottenuti con tatuaggio per incisione.
Io fino ad allora, non ne avevo alcuno e le mie compagne ne portavano tanti anche sul viso e sul braccio. Ebbene, la nostra signora si incapricciò di fare questo regalo a quelle che non erano state tatuate. ..La donna avuto ordine di risparmiarmi la faccia comincia a farmi sei tagli sul petto, e poi sul ventre fino a sessanta, sul braccio destro quarantotto. Come mi sentissi, non lo potrei dire. Mi pareva di morire ad ogni momento, specie quando mi stropicciò con il sale. Immersa in un lago di sangue, fui portata sul giaciglio, ove per più ore non seppi nulla di me…

Posso proprio dire che non sono morta per un miracolo del Signore che mi destinava a migliori cose.

Dopo vari mesi di lontananza, il generale era ritornato nel Kordofan, con la decisa volontà di recarsi ai suoi paesi, in Turchia. Fece dunque i preparativi per la partenza, e siccome aveva una quantità di schiavi, ne scelse dieci, tra i quali anche me…dopo vari giorni di viaggio, si fece sosta a Khartoum in un albergo. Lì, mandò fuori la voce a chi volesse comperare schiavi.
Si presentò l’agente consolare italiano di nome Callisto. .. Questa volta, fui davvero fortunata , perché il nuovo padrone era assai buono e prese a volermi bene tanto. Mia occupazione era di aiutare la cameriera nelle faccende domestiche; non ebbi rimbrotti, né castighi, né percosse, sicché non mi pareva vero di godere tanta pace e tranquillità.
Due anni e più passarono senza alcun cambiamento. Quand’ecco il console venne chiamato in Italia.

Non so il perché: quando sentii nominare l’Italia, della quale ignoravo la bellezza e gli incanti, mi nacque in cuore un vivissimo desiderio di seguire il padrone. Egli mi voleva bene, sicché osai pregarlo di condurmi in Italia con sé. Egli mi spiegò come il viaggio fosse molto lungo e costoso. Ma io tanto insistetti che mi accontentò.
Era Iddio che lo voleva, lo conobbi di poi. Ancora gusto la gioia che provai allora. 

Dopo un mese circa, il console e il suo amico ebbero la triste notizia che una masnada di corsari era entrata nel paese di Khartoum, aveva devastato ogni cosa e involato tutti gli schiavi. Se fossi rimasta là, certamente sarei stata rubata anch’io, e che sarebbe avvenuto di me?
Quanto vi ringrazio, Signore, di avermi salvata una volta di più. 


A Suakin, ci fermammo un mese, e poi si fece il viaggio fino a Genova. Ivi si prese alloggio in un albergo il cui padrone era ben noto all’amico del console, il quale l’aveva pregato di acquistargli un moretto, per cui gli fu ceduto subito quello che era stato mio compagno di viaggio.
La moglie dell’amico [Maria Turina Michieli), che era venuta a incontrarlo, vedendo noi moretti, se ne invogliò e chiese al marito perché non ne avesse condotta una per lei e per la sua figlioletta.
Il console, per far piacere all’amico e a sua moglie, mi regalò a loro.

Io e i miei nuovi padroni ci avviammo a Mirano Veneto, dove, per tre anni, fui la bambinaia della loro figliolina. Questa prese a volermi bene.

Passati tre anni, tornai con la padrona in Africa a Suakin, dove suo marito teneva un grande hotel. Si restò colà circa nove mesi e poi tornammo in Italia.

Diedi allora in cuor mio un eterno addio all’Africa. Una voce interna mi diceva che non l’avrei più riveduta.
Tornata a Mirano, la signora vi stette con noi due anni circa, ma dovendo ripartire per tornare un’altra volta a Suakin, pensò di affidare la sua piccola e me a qualche collegio, per avere un po’ d’istruzione. Fu passata parola alla Congregazione delle Figlie della Carità, dette Canossiane di Venezia che volentieri si sarebbe prestata a ospitarmi nel Catecumenato, diretto dalle Suore Canossiane, e lì avrei potuto istruirmi. Ma la bimba era già battezzata, come e a quale scopo lasciarla nel Catecumenato?
La signora non voleva assolutamente dividerci, sicché per più di un mese durò la lotta senza venire a una conclusione. Intervenne allora l’amministratore della signora, il signor Illuminato Checchini, uomo dal cuor d’oro e di retta coscienza, che ebbe poi finché visse un amore paterno verso di me.
Nel darmi il crocifisso lo baciò con devozione, poi mi spiegò che Gesù Cristo, Figlio di Dio, era morto per noi. Io non sapevo che cosa fosse, ma spinta da una forza misteriosa lo nascosi per paura che la signora me lo prendesse. Prima non avevo mai nascosto nulla, perché non ero attaccata a niente. Ricordo che nascostamente lo guardavo e sentivo una cosa in me che non sapevo spiegare.
Il signor Illuminato era così ansioso che io fossi ammessa all’Istituto dei Catecumeni, che diede la sua parola per iscritto e su carta bollata che, nel caso la signora Turina non avesse assolto al suo dovere, lui stesso avrebbe pagato la pensione.
Così fummo entrambe ricevute nel Catecumenato.
Io venni affidata con la piccola a una suora, Maria Fabretti, addetta all’istruzione dei catecumeni.
Non posso ricordare senza piangere la cura che ella ebbe di me. Volle sapere se avessi desiderio di farmi cristiana e, sentito che lo desideravo e che, anzi, ero venuta con quella intenzione, giubilò di gioia. Allora quelle sante madri con un’eroica pazienza mi istruirono e mi fecero conoscere quel Dio che fin da bambina sentivo in cuore senza sapere chi fosse. Ricordavo che, vedendo il sole, la luna, le stelle, le bellezze della natura, dicevo tra me: “Chi è mai il padrone di queste belle cose?”. E provavo una voglia grande di vederlo, di conoscerlo, di prestargli omaggio.
E ora lo conosco. Grazie, grazie, mio Dio!
Quando la signora mi accompagnò in collegio, sulla soglia della porta, voltandosi per darmi saluto, mi disse: “Ecco qui, questa è la tua casa”.
Disse così, senza penetrare il vero senso delle parole.
Oh, se avesse immaginato quanto poi avvenne, non mi ci avrebbe condotta.6c36d3b2a2e5be86cf90f68873e9f1df

 

Circa nove mesi dopo, la signora Turina venne a reclamare i suoi diritti su di me.
Io mi rifiutai di seguirla in Africa. Ella montò sulle furie, tacciandomi d’ingrata nel lasciarla partire da sola, mentre mi aveva fatto tanto bene. Ma io, ferma nel mio pensiero.
Era il Signore che mi infondeva tanta fermezza, perché voleva farmi tutta Sua. Oh, bontà!
Il reverendo superiore dell’Istituto, don Jacopo de’ Conti Avogadro di Soranzo, scrisse a sua eminenza il patriarca Domenico Agostini sul da farsi.
Questi ricorse al procuratore del re il quale mandò a dire che, essendo io in Italia, dove non si fa mercato di schiavi, restavo affatto libera. Anche la signora Turina si portò dal procuratore del re, credendo di ottenere che la seguissi, ma ebbe l’uguale risposta.

Era il 29 novembre 1889. Entrata nel Catecumenato e trascorso il tempo dell’istruzione, ricevetti, con una gioia che solo gli angeli potrebbero descrivere, il santo battesimo, il 9 gennaio 1890.
Mi fu posto il nome di Giuseppina, Margherita e Fortunata, che in arabo si interpreta Bakhita. 
Il giorno stesso ricevetti la cresima e la comunione. Oh, che indimenticabile data!

Mi fermai in Catecumenato quattro anni, durante i quali mi si schiariva sempre più in fondo all’anima una voce soave che mi faceva desiderare di essere anch’io religiosa… Ne parlai al mio confessore. Egli mi suggerì di dirlo alla superiora della Casa, suor Luigia Bottesella, la quale ne scrisse alla superiora della Casa Madre di Verona, madre Anna Previtali.
La buona madre non solo accordò la domanda, ma aggiunse che ella stessa voleva avere la soddisfazione di vestirmi del santo abito e, a suo tempo, di accogliere la mia professione e di mettermi la medaglia.
Il 7 dicembre 1893 entrai in noviziato, proprio nella Casa dei Catecumeni a Venezia. 

Passato un anno e mezzo, fui chiamata a Verona per la santa vestizione. Qualche mese prima che si compissero i tre anni, ritornai a Verona per pronunciare i santi voti, l’8 dicembre 1896. 

Dio permise così di soddisfare il desiderio della madre Previtali che, un mese dopo, l’11 gennaio 1897, passava all’altra vita.
Ricevuta la medaglia della Madonna Addolorata, con piena soddisfazione della reverenda madre superiora, fui introdotta in comunità.  Era il giorno dell’Immacolata, 1896. 

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Da quel dì, sono passati quattordici anni di vita religiosa, durante i quali sempre più ho conosciuto la bontà di Dio verso di me.

Prego vivamente tutte le care sorelle che mi leggeranno di porgere perenne tributo di gratitudine a questo provvido Signore e a supplicarlo che mi dia grazia di sempre meglio corrispondergli


 

“Se incontrassi quei negrieri che mi hanno rapita e anche quelli che mi hanno torturata, mi inginocchierei a baciare loro le mani, perchè, se non fosse accaduto ciò, non sarei ora cristiana e religiosa.
Poveretti, loro non sapevano di farmi tanto male: loro erano i padroni, io ero la loro schiava. Come noi siamo abituati a fare il bene, così i negrieri facevano questo, perchè era loro abitudine, non per cattiveria.”

 

 

“Se durante la mia lunga schiavitù avessi conosciuto Dio, quanto meno avrei sofferto.”

“O Signore, potessi io volare, laggiù, presso la mia gente e predicare a tutti a gran voce la Tua bontà: oh, quante anime potrei conquistarti! Fra i primi, la mia mamma, il mio papà, i miei fratelli, la mia sorella, ancor schiava…. tutti, tutti i poveri negri dell’Africa, fa’ o Gesù, che anche loro ti conoscano e ti amino!”

… tutto come vuole “el Paron”

“Cercate di farvi SANTI, per carità!”

 

“Non è bello quello che pare più bello, ma quello che vuole il Signore.”

Quelli che sentono la mia storia dicono: “Poveretta! Poveretta! Io non sono poveretta, perchè sono del Padrone e nella sua Casa. Quelli che non sono tutti del Signore, sono dei poveretti.

 

 

 

Infatti, alla sera dell’ 8 febbraio 1947 morì nell’Istituto Canossiano di Schio. Ricordandosi che era giorno di sabato, disse: “ho avuto la fortuna di entrare in convento la festa dell’Immacolata e finisco la mia vita ancora con la Madonna. Oh, la Madonna mi ha voluto tanto bene”

Nell’agonia rivisse i terribili giorni della sua schiavitù e più volte supplicò l’infermiera che l’assisteva: «Mi allarghi le catene…pesano!».

Bakhita consolava la sua superiora : “Non soffra per me. In cielo andrò da Gesù e le otterrò speciali benedizioni. Se el Paron (come Madre Bakhita chiamava il Signore) lo permetterà, verrò a trovarla in sogno. In Paradiso sarò potente e otterrò per tutti tante grazie.”

Fu Maria Santissima a liberarla da ogni pena. Le sue ultime parole furono: «La Madonna! La Madonna!», mentre il suo ultimo sorriso testimoniava l’incontro con la Madre del Signore.

 

 

Preghiera - Composta da Santa Giuseppina Bakhita

“O Signore, potessi io volare laggiù, presso la mia gente e predicare a tutti a gran voce la Tua bontà: Oh, quante anime potrei conquistarti! Fra i primi, la mia mamma, il mio papà, i miei fratelli, la sorella mia, ancora schiava... tutti, tutti i poveri negri dell’Africa, fà o Gesù, che anche loro ti conoscano e ti amino!”

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