IV Domenica di Quaresima

 

«Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna»

+ Dal Vangelo secondo Giovanni 3,14-21
In quel tempo, Gesù disse a Nicodemo: “Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è
condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio”.


 

Alza lo sguardo a quella CROCE!

 

Avere un ideale ti aiuta molto a vivere, avere un sogno che lancia la tua immaginazione oltre le ingessature della realtà ti può far rischiarare la fuga, ma spesso ti permette di nutrire i progetti, visioni di mondo belle, catalizzare le forze su prospettive nuove. Non abbiamo bisogno solo di mangiare, di riempire la pancia, ma anche di bellezza, di ideali, di simboli che ci richiamano la grandezza della vita oltre ogni miseria in cui la nostra insensatezza l’ha costretta.

Mi sono sempre domandato perché nelle catapecchie più squallide delle bidonville, nelle capanne più sperdute e perdute e povere della savana, nei tuguri più puzzolenti, dove manca acqua corrente, igiene e il necessario per una vita civile, non manchi mai l’antenna parabolica. Ci sono più antenne paraboliche in un villaggio sperduto che in un paese cosiddetto civile. Proprio perché l’uomo ha bisogno di sogni, di allargare gli orizzonti.

Rinuncia anche a qualche pasto pur di avere un segno di riscatto, una prospettiva di futuro. Solo che le tv vendono solo se stesse e non costruiscono spesso vera speranza. Così è stato per gli ebrei nel deserto. Mosè aveva levato un serpente su un palo, chi lo guardava guariva dai morsi dei serpenti che avevano invaso il loro accampamento. È un immagine ardita, ma usata dal vangelo, di Gesù sulla croce.

La CROCE è quel simbolo, quel sogno, quell’ideale, quella prospettiva cui ogni uomo può guardare per avere la salvezza, per poter avere forza di riscatto, per stringere i denti nel dolore, per contemplare con tanto la sofferenza che esprime, ma l’amore che vi è depositato nella persona del crocifisso. Lì l’uomo, noi nelle nostre pene quotidiane, troviamo avverata la promessa di Dio, guardando a quella croce vediamo realizzata la volontà di amore di Dio che ha tanto amato da dare il suo Unigenito figlio. Lì Dio si è compromesso fino all’estremo per noi. Lì c’è l’immagine della morte, ma c’è anche la

certezza della vita.

Fosse meno un ornamento e più un ideale quel crocifisso che portiamo all collo, che seminiamo nei nostri luoghi di vita comune, avremmo forse più coraggio nell’affrontare la vita, sicuramente molto di più che a guidarci nello specchio. Lo specchio ci può dare compiacimento o delusione,

la CROCE invece è sempre una SPERANZA.